Il grigio di uno spazio indefinito, pinocchi, pupi e bambole che si accatastano, si aggrovigliano, si contorcono, replicanti indistinti e indeterminati, in una bagarre senza senso alla disperata ricerca di un modo per occupare un posto, una posizione, per trasformare un non-dove in un luogo, un non-stato in una condizione accettabile, per sfuggire la contingenza di un destino di essere inanimato e renderla libertà di muoversi, di pensare, di vivere. Questo sembra il tema delle opere di Maurizio Bentivegna, artista originale, che immagina un mondo fatto di balocchi, apparentemente senza vita, il cui sguardo vuoto tradisce, tuttavia, guizzi di speranza, bagliori di sensibilità , attimi di luce. Le sue opere, di grandi dimensioni, rapiscono chi osserva e lo proiettano in uno strano teatro dell assurdo dove, al posto delle sedie o dei personaggi ignari di Ionesco, appaiono come per magia gli oggetti amati nella nostra infanzia che si accalcano e si rigenerano fino a non trovare più spazio. Burattini e bambole riaffiorano qui da ricordi lontani e, per questo, talora appaiono spersi e soli, talora sono invece preda di un movimento beffardo che non dà loro la possibilità di trovare un equilibrio, o, al contrario, rimangono vittime di un moto meccanico, impresso loro dai fili che li sostengono. Le opere di Maurizio Bentivegna diventano allora metafora di noi stessi, protagonisti di una società che spesso ci spersonalizza, e appaiono un ritratto ironico, spietato a volte, della commedia umana contemporanea, che, svolgendosi quotidianamente, ricerca nell assurdo della propria condizione un modo per rifuggire l omologazione e trovare la differenza che fa vivere. |